Carlo Calamndrei: spessore, cultura e competenza
Ricordo di un infermiere "storico"

laura d'addiodi Laura D'Addio

 

Con l’anno che stiamo lasciando salutiamo anche Carlo Calamandrei.

Impossibile non averlo conosciuto, direttamente (per essere stato monitore e poi professore di tanti di noi) o indirettamente (per le sue innumerevoli pubblicazioni).
Lo ha dimostrato il folto gruppo di persone che si è stretto attorno a lui e ai familiari in occasione della sua scomparsa, anche in questo caso con tutti i modi possibili: di persona, tanti, ma ancora di più attraverso i blog, con saluti personali fatti di ricordi, la memoria delle sue innovazioni, o le commemorazioni pubbliche, come quella a Villa Pepi, la sua sede di lavoro per molti anni, o in convegni e sedi ufficiali (per es. all’interno di un Consiglio di Corso del CLI di Firenze).
Questa grande partecipazione è senza dubbio giustificata dal fatto che Carlo, probabilmente come pochi altri esponenti della nostra professione, ha interessato ciascuno di noi. Quelli della vecchia generazione, come me e molti altri, poiché ha coagulato attorno a sé coloro che intravedevano ‘un’altra infermieristica’ rispetto a quella che praticavano, ma che non sapevano declinare altrimenti in un contesto che allora (ma oggi no? In questo i tempi stanno cambiando tanto lentamente...) era contrassegnato dalla dominanza medica, sotto ogni punto di vista.

Bisogna infatti ricordare, soprattutto a favore dei più giovani della professione, che fino a pochi decenni fa erano i medici a formare tutti gli altri operatori, compresi gli infermieri, e che la dizione paramedici era fortemente giustificata dal fatto che la sola e unica professione esistente e riconosciuta era appunto quella medica, mentre per il resto si rintracciavano solo operatori che collaboravano, supportavano rispetto ai grandi scopi della medicina. In altre parole la centralità del medico derivava dal fatto che l’unica disciplina allora contemplata nei sacri luoghi accademici era quella medica, per il resto si trattava di pratiche, di mansioni (parole che evoca sempre tanti ricordi e riflessioni...).
Ecco Carlo di fondamentale ha fatto questo: ci ha fatto vedere oltre la semplice pratica, ci ha fatto orientare verso i significati più alti di una disciplina che allora era in culla, ma che nel giro di pochi anni sarebbe divenuta la professione al centro del più ampio cambiamento che una famiglia professionale europea ha affrontato.calamandrei book

Come non ricordare i suoi libri, che molti di noi conservano ancora nella propria libreria di casa, o anche tra gli appunti di quando si andava a scuola, incapaci di destinarli ad altra collocazione anche solo per il valore affettivo che a tutt’oggi hanno. Allora abbiamo capito che si poteva cambiare, Carlo ce lo ha posto davanti agli occhi, in modo da poterlo intravedere e, altro elemento forte, credere nella possibilità di riuscirci.
Ma la partecipazione alla sua scomparsa è stata importante anche tra i colleghi di più recente formazione: lo testimoniano i tanti ex studenti e oggi giovani laureati che ricordano la sua presenza in aula, il contributo dato alla loro formazione in un’Italia ormai profondamente variata sul versante dei rapporti tra professioni sanitarie.

E’ facile ricordarlo in tal senso, perché Carlo ha continuato a segnare la storia della letteratura infermieristica italiana con una mole di pubblicazioni dedicate in buona misura a mettere in contatto gli infermieri italiani con la letteratura e la realtà professionale internazionale. Come non mettere in luce che è stato il primo a parlare in Italia di diagnosi infermieristica, peraltro quando questo termine rappresentava nel nostro Paese né più né meno che una bestemmia, dominati dall’unica e insuperabile diagnosi medica (ma anche qui dovremmo ricordare l’odierna diagnosi del carrozziere della nostra auto, ovvero come questo giudizio professionale non possa essere esclusivo dell’uno o dell’altro, ma tipico piuttosto di chi è per suo ruolo e competenze tenuto a pronunciarsi...). Certo, non tutta era farina del suo sacco, come qualcuno dice a ridimensionare il fenomeno Calamandrei, nel senso che Carlo è stato soprattutto negli ultimi anni un traduttore di letteratura di altri. Ma questo non diminuisce il valore della sua portata nella professione, poiché ben sa chi ha avuto occasione di leggere romanzi tradotti, per esempio, ce ne vuole ad approcciarsi e poi rendere approcciabile una realtà completamente avulsa da quella in cui siamo inseriti. Tutti coloro che sono impegnati in processi di miglioramento interno ai propri servizi ben lo sanno.
Carlo è stato soprattutto questo, non un valido infermiere clinico (qualcuno lo ricorda anzi come imbranato sul versante gestuale ...), non un leader classico, di quelli che governano realtà aziendali di vario tipo e le modificano, non un dirigente classico, abile nel trattare con le più parti in gioco. No, Carlo è stato in particolare uno scopritore di talenti, una persona che sapeva intravedere quello che di importante giaceva in tanti di noi, per esempio come capacità innovativa, come sapere professionale non esploso, e ha lavorato al fianco di tutti questi colleghi per far andare l’infermieristica italiana in un altro senso.

Carlo è stato, abbiamo detto nella sua commemorazione a Villa Pepi il giorno del suo 70° compleanno, un professore di Scienze Infermieristiche ante litteram, con un suo stile particolare.
Per ricordarlo negli anni a venire i due Direttori Infermieristici dell’AOUC, unitamente al Collegio IPASVI di Firenze, hanno chiesto di poter chiamare denominare l’aula magna di Villa Pepi “Aula Carlo Calamandrei”.

dispatch - dicembre 2009

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