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Conferenza stampa infermieri sistema emergenza territoriale della toscana

Oggi (07/08/2014) alle h 18 si è tenuta la conferenza stampa indetta dal Collegio IPASVIFi sul tema del riordino del sistema emergenza territoriale 118 della Regione Toscana, con denuncia per il mancato coinvolgimento degli infermieri nel confronto sia nella fase di pianificazione che di attuazione. In particolare riguardo l'attuazione della delibera GRT n544 30/6/2014, che attribuisce la gestione dei mezzi di soccorso a personale afferente dalle associazioni di volontariato. mettendo anche ad esaurimento la figura dell'oss attualmente presente soltanto nel 118 Firenze.
Viene anche denunciata l'estrema varianza sul territorio toscano dell'impiego dell'infermiere nei vari 118, passando dai 110 di Firenze ai 6 di Pisa. Condizione che giocoforza crea una discrepanza nel servizio offerto al cittadino.
 
 
 
 
 

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IL BURNOUT NEGLI INFERMIERI NEOLAUREATI
 
Gentile operatrice/operatore
 
nell'annuncio qui presente è allegato un questionario volto ad indagare come gli infermieri laureati da non più di 5 anni vivano la loro professione. Il questionario è stato creato in collaborazione con il Corso di Laurea in Infermieristica dell’Università di Firenze e con il Collegio IPASVI della Provincia di Firenze. La ricerca rappresenta un progetto di tesi che verrà realizzato con Andrea Grifoni e Arianna Moretti, studenti del Corso di Laurea in Infermieristica della sede di Borgo San Lorenzo.
 
L’obiettivo che ci proponiamo è quello di promuovere un supporto continuo nella formazione dell’infermiere e nel suo inserimento lavorativo, in particolare nella gestione dei rapporti con gli assistiti e i familiari.
 
A tal fine, se lei si è laureato/a da non più di 5 anni, le chiediamo di contribuire aiutandoci a capire come affronti il suo lavoro e quali possano essere i supporti formativi che l’Università e le strutture sanitarie dovrebbero fornirle.
 
I dati saranno trattati in forma anonima e il suo nominativo e le sue personali risposte non saranno divulgati a terzi, ma utilizzate ai soli fini della presente ricerca. Nel caso decidesse di completare il questionario ci rendiamo disponibili a darle una restituzione individuale sul suo profilo. I risultati andranno inoltre a costituire un report che sarà divulgato durante un futuro incontro organizzato in collaborazione con il Collegio IPASVI della Provincia di Firenze.
 
Di seguito le riportiamo il link dove troverà il questionario e le istruzioni dettagliate per la compilazione:
 
UN DOVERE ETICO PARLARE DI EUTANASIA
 
Il 18 giugno 2014, Umberto Veronesi esordisce su Repubblica con un articolo dal titolo molto forte: “Quella Legge che manca sull’eutanasia”, tematica che porta a dibattiti accesi sui tavoli di Etica-Deontologia e Bioetica. 
Ma la domanda che nasce spontanea é: 
chi può decidere quando porre fine a un bellissimo percorso chiamato vita? 
Ebbene se noi andiamo cercando una risposta a tale domanda per poi standardizzarla come risposta ai tanti quesiti etici di natura simile, non riusciremo molto probabilmente a prendere nessuna posizione decisionale, venendo meno ai principi professionali di autonomia decisionale. La risposta può essere riassunta con un solo termine “etichetta”: eutanasia. Utilizzare una sola parola per far riferimento a una varietà di eventi e situazioni che possono portare al fine vita e alla decisione di porne fine è assolutamente riduttivo. Già nel ’76 c'era chi si poneva gli stessi dubbi sull’ambiguità e ristrettezza del termine rilevando la necessità di distinguere il percorso e gli avvenimenti che portano alla scelta dell’eutanasia, in primis la sua connotazione spazio temporale, visto l’uso fatto nel periodo nazista.
Se noi ci soffermiamo sulla natura della parola eutanasia e ci rifacciamo a colui che la  coniò, il Filosofo Inglese Francis Bacon (1561-1626) questi invitava i medici a non abbandonare i malati ma ad accompagnarli nel fine vita, poi nel tempo il termine si è evoluto e l'accezione inizio a connotare un intervento medico ai fini di porre fine alle sofferenze del paziente. Nel periodo nazista il programma eugenetico chiamato anche “programma eutanasia” utilizzava la parola eutanasia in modo improprio in quanto veniva meno quello l'elemento base: il consenso, la volontà dell’assistito. 
Ecco che ritorniamo sulla problematicità di definizione della parola stessa. 
Ricordiamoci bene che il rapporto professionista sanitario/paziente, e parlo non soltanto di medico perché sarebbe al quanto riduttivo, si è evoluto al punto che l’assistito non è più la parte passiva del processo assistenziale ma ne è il protagonista, sempre più coinvolto nelle decisioni che riguardano la sua malattia e le sue cure, il diritto dell’autodeterminazione e autonomia individuale che sancisce la sovranità di decisione su se stesso, sul suo corpo e sulla sua mente.
Allora mi chiedo: non metteremo un limite a tale diritto ponendo un silenzio ambiguo davanti alla legittimazione dell’eutanasia?
 
 
 
Elisa Ardori
Membro Commissione Etica e Deontologia
IPASVI Firenze

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